Valentino Rossi: l’idolo del tuo idolo

Dentro di noi c’è una parte irrazionale, istintiva, che fa da contrappeso alla nostra parte più razionale. La prima la utilizziamo soprattutto quando siamo piccoli mentre esploriamo, ci guardiamo attorno innocenti e mano a mano, crescendo, sviluppiamo la seconda, preponderante quando diventiamo adulti. Premesso che la parte razionale è essenziale nell’età adulta, credo fermamente che l’irrazionalità giochi comunque un ruolo importante nella nostra vita nel generare emozioni “crude”, positive o negative (l’amore e la paura ne sono due esempi concreti). Soprattutto, permette di connetterci con la parte più recondita e pura di noi stessi, dove sono conservate anche le cose che ci fanno stare bene e che, da piccoli, speravamo non finissero mai.

La scintilla può scoccare in vari modi: vedendo una cosa, una persona, ricordando un certo evento. Tante sono quelle che, personalmente, innescano in me qualcosa, Mi fermo qui, visto che questa non è un’analisi psicoanalitica. Sappiate solo che Valentino Rossi è un fiammifero del mio subconscio.

Valentino è stato uno dei personaggi che più hanno segnato la mia infanzia e adolescenza. È il motivo che mi ha spinto ad appassionarmi al motomondiale, allo spirito dei piloti di moto, a svegliarmi ad orari improponibili la domenica per seguire le gare in posti sperduti nel mondo, ad imitarlo mentre imparavo a fare le curve in bicicletta. Mi ha fatto gioire, emozionare, piangere come un bambino il giorno della sua ultima gara in MotoGP. Ha reso possibili cose che non sembravano possibili: sorpassi da paura (quelli contro Lorenzo a Barcellona e Stoner a Laguna Seca sono i miei preferiti), imprese clamorose, recuperi lampo dopo operazioni alle gambe (ho ancora negli occhi quando, ad Aragon nel 2017, tornò a dopo tre settimane dalla rottura di tibia e perone, rischiando di fare la pole). Era un supereroe con la tuta da corsa.

Tornando per un attimo alla psicoanalisi, Valentino è il tipico esempio di persona che è riuscita a coniugare perfettamente parte razionale e irrazionale, il dovere con il piacere. È riuscito a vivere facendo la cosa che lo faceva stare bene. 

A modo suo, senza seguire quello che gli dicevano gli altri, neanche quando la professoressa di arte gli suggerì di continuare gli studi perché “le motociclette non pagano le bollette”. In un universo parallelo si sono persi veramente tante cose. Non è un caso che l’autobiografia di Rossi si chiami “Pensa se non ci avessi provato”. Che poi, a dirla tutta, una laurea alla fine Valentino, lo stesso che si fa chiamare “Dottore”, l’ha pure presa: honoris causa in Scienze della Comunicazione.  

E infatti l’impatto mediatico di Valentino sarebbe stato molto più limitato senza il “personaggio”, comunque sempre puro e spensierato. Le gag dopo il traguardo ne sono una prova. Chi è che si inventa di festeggiare una vittoria facendo il giro d’onore con una bambola gonfiabile, correndo in un bagno chimico, facendo strike con dei birilli umani o facendosi multare per eccesso di velocità da due finti poliziotti, giusto per citarne alcune. Rossi si divertiva sempre quando andava in moto, e non è un caso che tanti VIP, come Brad Pitt, abbiano espresso il desiderio di essere come lui. Nel suo video di addio alla MotoGP, che dura quasi sette minuti, ci sono attori di Hollywood come Keanu Reeves, Tom Cruise, Chris Hemsworth, sportivi come Rafa Nadal, Lewis Hamilton, Tony Cairoli, Pau Gasol, cantanti, eccetera.

Pochi giorni fa Valentino Rossi ha compiuto 46 anni, un compleanno speciale per chi con quel numero ci ha costruito una carriera e, successivamente, un brand. Scelto quasi per caso in onore del babbo Graziano che lo portò nel 1979, anno della sua prima vittoria nel Motomondiale e di nascita del Dottore, oggi è parte integrante dell’immagine di Valentino tanto da essere inserito nel suo marchio, VR46. Praticamente una dichiarazione di proprietà.

Oggi Valentino è una persona chiaramente diversa rispetto a quella che mi teneva incollato alla TV da ragazzo. Ha due bambine, Giulietta e Gabriella, una compagna, e ha messo la testa a posto. Sempre a modo suo, però: adesso corre con quattro ruote, il primo amore prima di passare alle moto per motivi economici, è un pilota ufficiale BMW, sogna la 24 Ore di Le Mans con le Hypercar, la classe regina dell’endurance. A inizio mese ha terminato secondo la 12 ore del Bathurst nella splendida cornice del tracciato di Mount Panorama, salendo sul podio con lo stesso sorriso della prima vittoria nel Motomondiale a Brno nel 1996, quando quasi si schiantò sul muretto per festeggiare.

Sempre così, sorridendo. Mettendo pace tra razionalità e irrazionalità.